A cura di Elisa Guardabasso, ex-Allieva della Scuola Superiore di Catania e socia di Alumni SSC.

Salvo è Director of Software Engineering, Google DeepMind, Londra.
C’è un edificio a King’s Cross, Londra, che non porta insegne appariscenti. Un luogo che dalla strada appare silenzioso, ma che all’interno custodisce una delle concentrazioni più straordinarie di potenziale intellettuale e innovazione tecnologica al mondo. È il nuovo quartier generale di Google DeepMind, dove Salvo Scellato lavora da sei anni.
La foto che ha scelto per questa rubrica ritrae uno degli spazi centrali dell’edificio: una scala circolare a doppia elica, progettata per essere il cuore simbolico e funzionale del lavoro. A Salvo ricorda il DNA e la connessione tra la scienza e le nuove tecnologie, l’obiettivo perseguito da Google DeepMind di avvicinare mondi in maniera responsabile. Un luogo pubblico, visibile, ma al tempo stesso protetto. Nulla di quello che si discute dentro può filtrare fuori. È uno spazio che incarna bene la dualità che vive ogni giorno: apertura e rigore, collaborazione e responsabilità, intelligenza ed etica.
Lavora come Direttore di Ingegneria del software e guida un team di circa 50 ingegneri. Sviluppano l’infrastruttura software che consente agli algoritmi e ai modelli di machine learning di esistere, evolvere e accelerare la scienza. Costruiscono le piattaforme dove i ricercatori conducono esperimenti, le librerie che orchestrano i modelli, i sistemi che permettono loro di far crescere l’impatto. La sfida è tecnica, ma profondamente umana: fare in modo che tecnologie enormemente potenti siano costruite in modo responsabile, al servizio del progresso collettivo.
È un lavoro ad alta intensità, dove la concentrazione è costante e il ritmo non concede distrazioni. L’estetica è sobria, i toni tenui, gli spazi ampi e silenziosi, ma c’è spazio per pensare, scrivere, riflettere su divani e lavagne. Ci si muove con un laptop e svariate tazze di tè e caffè, e spesso basta sedersi da qualche parte perché qualcuno si fermi a parlare e una nuova idea prenda forma. È un ambiente che non cerca di stupire, ma di favorire connessione e avanzamento.
La scrivania è personalizzabile. Ci sono le foto della sua famiglia e i disegni di suo figlio insieme a un’agenda rossa che lo segue ovunque. Scrivere lo aiuta a pensare, chiarire le priorità, rimettere a fuoco. Ci sono anche i peluche Android, testimonianza dei suoi tredici anni in Google e omaggio ai tanti percorsi che lo hanno portato fin lì.
La sua settimana è l’unità fondamentale su cui costruisce il tempo. Ogni lunedì dedica del tempo alla pianificazione: elenca ciò su cui vuole fare una differenza, seleziona tre priorità e le condivide con il suo staff. Alla fine della settimana, invia un breve riassunto per raccontare cosa è stato fatto; vuole sapere dove si sta andando, cosa succederà domani e essere responsabile nei confronti del team, dichiarando le proprie intenzioni con impegno e responsabilità.
Le relazioni contano. Non solo per l’esecuzione, ma per la qualità delle decisioni che vengono prese. Avere persone su cui contare, confrontarsi in modo aperto, sapere che la fiducia non è negoziabile: tutto questo è parte integrante del suo lavoro. “L’80% del mio lavoro”, racconta spesso, “è capire cosa fare e quando, perché le persone attorno a me possano fare il loro lavoro nel modo migliore”. In questo, la dimensione relazionale è fondamentale. Ed è anche ciò che ci distingue dalle macchine. La capacità di ascoltare, di gestire le emozioni, di lavorare davvero insieme. Competenze che, per lui, saranno decisive in un mondo in cui l’intelligenza cognitiva sarà sempre meno esclusivamente umana.
Nella borsa di lavoro finisce anche un pezzetto di casa. È cresciuto in Sicilia, e il senso di comunità che ha trovato lì lo accompagnano ovunque. Come quella collegialità vissuta alla Scuola Superiore di Catania tra il 2003 e il 2008: discussioni infinite su diritto costituzionale, filosofia e FantaCalcio. Background diversi, uniti dal desiderio di eccellere e costruire qualcosa che duri. È lì che ha imparato a lavorare duramente e con dedizione, ma soprattutto a riconoscere il valore della contaminazione tra saperi.
Lavorare in un contesto come questo, significa anche confrontarsi ogni giorno con mondi diversi: filosofi, sociologi, biologi, ingegneri. Partecipa al comitato etico di Google DeepMind, dove il dibattito tra discipline è fondamentale per dare forma a un’intelligenza artificiale che sia anche consapevole. La domanda non è solo “cosa possiamo fare”, ma “cosa dobbiamo fare”, e per chi.
Oggi osserva con attenzione il modo in cui l’AI cambierà il nostro rapporto con la conoscenza. Pensa a una scuola del futuro che sappia unire il pensiero critico europeo e l’approccio pratico anglosassone, capace di far dialogare la teoria più solida con l’esperienza concreta. Un sistema in cui l’emotività, l’empatia, la leadership diventino parte integrante della formazione: le competenze che, ancora per un po’, ci distingueranno dalle macchine.
Costruire sistemi è solo una parte del suo lavoro. L’altra, forse la più importante, è far sì che chi lavora con lui sappia dove si sta andando, cosa è giusto fare e perché ha senso farlo. Perché la vera sfida dell’AI non è la potenza, ma l’intenzione.
