A cura di Elisa Guardabasso, ex-Allieva della Scuola Superiore di Catania e socia di Alumni SSC.

Roberta è professoressa in Social Data Science all’Università di Copenaghen, Danimarca.
Mattina, una bicicletta attraversa le strade di Copenaghen. Roberta alla guida, mette le cuffie e riflette sulle domande che l’attendono alla scrivania. Il percorso quotidiano diventa un tempo sospeso, un momento in cui la città scorre intorno e una battuta di quiete permette di concentrare l’attenzione. È un rituale semplice, che scandisce l’avvio della sua giornata lavorativa.
All’arrivo, gli edifici che la accolgono parlano di storia e tradizione, senza fronzoli e con aria quasi austera. Facciate antiche, che non tradiscono l’avanguardia che custodiscono. Dentro, si trova infatti il Pioneer Centre for ArtificiaI Intelligence, centro di ricerca interdisciplinare, dove si studia, si ricerca, e si conducono esperimenti sulle grandi trasformazioni dell’intelligenza artificiale per rispondere alle sfide sociali più complesse. Una foto che Roberta, professoressa in Social Data Science all’Università di Copenaghen, ha scelto consapevolmente: anche le novità più promettenti vanno comprese alla luce dei metodi scientifici e degli approcci che conosciamo. Non c’è in lei diffidenza verso l’AI, ma desiderio di indagarne e comprenderne i principi che ne stanno alla base, oltre che capirne il loro impatto sulle dinamiche sociali. Capire cosa c’è dietro le promesse, applicare strumenti rigorosi e la scienza dei dati anche e soprattutto a ciò che sembra muoversi troppo in fretta. Guardare al mondo con la stessa curiosità e precisione con cui Tycho Brahe, astronomo danese, studiava le stelle.
Fisica teorica di formazione, ha sempre guardato con interesse a ciò che si colloca ai confini, seguendo un percorso che “nonostante possa sembrarlo, non è stato lineare”. Dalla scienza delle reti alle scienze sociali computazionali, oggi osserva la società influenzata e plasmata dall’AI. Il suo motore, mi racconta, è il desiderio di comprendere quantitativamente fenomeni complessi, quantificarne effetti e benefici per informare le scelte future.
Alla Scuola Superiore di Catania, Roberta ha imparato a pensare in modo trasversale grazie alla vita quotidiana condivisa, alle conversazioni e agli scambi con studenti di ambiti diversi. Ricorda con entusiasmo un corso tenuto da Vito Latora dove l’approccio interdisciplinare è stato consolidato dalle riflessioni con i compagni, senza le quali quell’esperienza sarebbe rimasta confinata all’aula.
Il team che guida oggi riunisce ricercatori, tra PhD e postdoc. Ognuno porta con sé un linguaggio, standard e tradizioni disciplinari differenti. “Non sempre è facile tradursi a vicenda”, ma in quella fatica nasce la ricchezza più profonda. Dialoga anche oltre i confini della Danimarca, verso paesi lontani, con un principio chiaro: la ricerca non deve chiudersi in una torre d’avorio, deve dialogare con istituzioni, governi e società.
Il ritmo è oggettivamente una sfida. I modelli cambiano quasi ogni giorno, la tecnologia avanza a velocità vertiginosa, e il rischio è che non ci sia lo spazio per validare gli apprendimenti. Roberta mi parla della tensione tra la lentezza necessaria a una comprensione rigorosa e l’urgenza di stare al passo.
Parliamo di tempo e di pause, la maternità ha rappresentato per lei una pausa reale. A Copenaghen ha trovato un contesto che protegge culturalmente quel momento, riconoscendo che crescere figli è parte integrante della vita sociale. Le sue due bambine crescono in una città che rende la conciliazione naturale: paternità obbligatoria, spazi per bambini nei musei, orari di lavoro che si fermano senza sensi di colpa. Questo è il segno di una cultura che ha interiorizzato l’uguaglianza come valore e che le consente di fare ricerca con un respiro diverso.
In Danimarca, a piccoli passi ma con scelte e direzioni estremamente significative, anche Roberta vuole rendere il mondo migliore. Guidata dalla convinzione che nel lavoro scientifico ci sia una responsabilità verso la collettività, sceglie i suoi progetti di ricerca con dedizione e intenzione.
E poi ogni sera, quando risale in bicicletta per tornare a casa, il tempo torna a dilatarsi. Le domande incontrate durante il giorno si ricompongono, i pensieri sedimentano. È un momento per fare il punto, per chiudere il cerchio. Copenaghen scorre di nuovo intorno a lei e il movimento regolare delle ruote accompagna il ritmo di una ricerca intellettuale e profondamente umana.
