Where Alumni Work: Laura Ingallinella

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A cura di Chiara Raucea, ex-Allieva della Scuola Superiore di Catania e socia di Alumni SSC.

Laura Ingallinella lavora come Assistant Professor di “Italian Studies” all’Università di Toronto ed è anche affiliata al programma di “Renaissance Studies” del Victoria College, nella stessa università. Per parlarci del suo lavoro attraverso i posti in cui, quotidianamente, si dedica alla ricerca e insegnamento, Laura sceglie di partire da questa foto luminosa che la ritrae all’ingresso del St. George Campus dell’Università di Toronto.

Laura ci racconta che già prima di arrivare in ufficio per lei la giornata di lavoro inizia da lì, quando attraversa uno dei tanti varchi d’accesso al campus. Ognuno di questi ingressi ha un sapore di storia: portoni di legno pesante, contornati da colonne in pietra, archi neogotici che richiamano architetture europee del passato. Questi varchi sembrano star lì proprio col compito di far da cornice speciale a momenti quotidiani… prestando loro solennità! Sembrano lì proprio a segnare un momento di passaggio, a marcare un prima e un dopo nella giornata di studenti e accademici che li attraversano.

Laura ci dice che le piace pensare a questi varchi come a una soglia anche metaforica: “Non è solo un ingresso fisico, è il momento in cui cambi prospettiva”. Da un lato c’è la metropoli, Toronto, con il suo presente fatto di ritmi veloci; dall’altro c’è un microcosmo fatto di tradizioni accademiche, studio del passato, culture e, soprattutto, lingue che si incontrano. È lì che, secondo lei, il suo lavoro comincia davvero.

Laura insegna Italianistica in Canada e si occupa, quindi, di letteratura italiana medievale e rinascimentale dentro un contesto che è lontano dall’ “Italia” oggetto dei suoi studi, non solo nel tempo, ma anche geograficamente e culturalmente. E quei varchi, dice, riflettono esattamente quello che Laura prova a fare ogni giorno: accompagnare gli studenti da una cultura all’altra. Non solo da una lingua all’altra, ma da un modo di pensare a un altro, da un’epoca storica a un’altra. “In Italia siamo abituati a studiare la nostra storia come se il suo interesse per noi fosse ovvio”, racconta, “Ma qui no. Qui la domanda è sempre: Perché? Perché ha senso studiare Petrarca? Perché è ancora importante e attuale interessarsi al Rinascimento? Perché leggere testi antichi se non si appartiene a quella tradizione?”

E proprio lì, in quella domanda, Laura vede il cuore del suo lavoro. Le persone che arrivano nei suoi corsi spesso non hanno legami diretti con l’Italia o, se li hanno, questi legami sono indiretti o molto lontani, spesso legati a storie di migrazione di generazioni precedenti.

Alcuni dei suoi studenti e studentesse vengono da studi di genere, altri da percorsi legati alle scienze sociali, altri ancora arrivano con un’idea quasi mitologica dell’Italia, fatta di grandi nomi come Dante e Michelangelo. E lei deve tenere insieme tutto questo: “Non si tratta di smontare quell’immagine, ma di complicarla, di aprirla!”

Vista dalla biblioteca (Robarts Library), foto di Laura Ingalinella

L’università di Toronto ha un’architettura complessa, fatta di spazi diversi che testimoniano anche  storie diverse che si incastrano. Laura ci spiega che il campus si compone di numerosi edifici che corrispondono a diversi istituti, tutti organizzati secondo il modello anglosassone dei college, ciascuno con una sua identità. Dentro lo stesso spazio, quindi, convivono modelli storici e culturali diversi: Laura si muove molto tra due di questi college, perché insegna in due programmi diversi: Renaissance Studies (Studi rinascimentali), che offre soprattutto formazione undergraduate (lauree triennali), e Italian Studies (Italianistica) che copre tutto il percorso accademico, dalla triennale al dottorato. Laura ci racconta che, in entrambi i programmi, le sue classi non sono mai troppo numerose, sono aperte a un massimo di trentacinque studenti. Questo le permette di dare alle sue lezioni un’impostazione seminariale e di creare con gli studenti una conversazione continua.

Il programma di italianistica è legato al St. Michael’s College, di tradizione cattolica, con refettorio e con ancora oggi tracce religiose negli edifici, tra gli accademici, e nei programmi. Gli studi rinascimentali sono invece ospitati dal Victoria College, che già visivamente nell’edificio che lo ospita ha invece un’impronta anglicana.

“Se presti attenzione ai dettagli, anche le mura ti dicono qualcosa delle storie dei diversi college e ti insegnano qualcosa”, spiega Laura. “Ti ricordano che le tradizioni non sono mai neutre e anche le differenze più ‘di sostanza’ si rivelano nei piccoli modi diversi di fare le cose, di organizzare sia gli spazi che la trasmissione del sapere”.

Credits: By stu_spivack – University of Toronto, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5842522

E poi c’è la biblioteca di riferimento per gli studi umanistici e le scienze umane e sociali, la Robarts Library. Ascoltando le parole con cui Laura la descrive, si nota subito che è un suo posto del cuore … si capisce anche come questa biblioteca sia il cuore della sua attività di ricercatrice e insegnante. La Robarts Library si trova al centro del campus, è un edificio grande, brutalista, con una pianta ottagonale. Gli studenti e gli abitanti di Toronto la chiamano “il tacchino”, per via della forma di una torre che, stagliandosi dritta ma quasi buffa sulla facciata esposta a sud-est, ricorda proprio un becco che viene fuori da un lungo collo. Laura ci racconta, quasi come una confidenza, che anche questa biblioteca, dietro questo aspetto moderno di grigio di calcestruzzo, ha una sua storia intrigante. Si dice abbia ispirato Umberto Eco, quando era visiting professor all’università di Toronto, nello scrivere della biblioteca del Nome della rosa.

Foto di Laura Ingallinella

Quello che è certo è che la Robarts Library sia un posto speciale anche perché è una biblioteca a scaffale aperto, accessibile a tutti. E Laura insiste molto su questo: sull’importanza di poter girare tra i libri, toccarli, scoprirli. “Nell’immaginario la biblioteca academica è un luogo di isolamento. Ma non è così, o almeno non deve esserlo!”. Nei corsi che insegna, Laura invita gli studenti e le studentesse, fin dai primi anni, a vivere la biblioteca come un luogo di incontro. Non solo sociale, ma intellettuale. “Un posto dove gli oggetti parlano”.

Per questo ha ideato un esercizio semplice nell’esecuzione ma profondo negli effetti pedagogici: chiede agli studenti di andare in biblioteca e trovare una fonte che non sia disponibile online. Un libro, un catalogo, o un altro tipo di materiale rilevante per il loro oggetto di studio. Devono cercarlo, trovarlo fisicamente, portarne almeno delle immagini in classe e lavorarci sopra. “Il pensiero critico si allena anche così”, Laura spiega. “È importante insegnare a non dare per scontato che tutto sia digitalizzato, specialmente per le generazioni ‘native digitali’ che hanno sempre avuto il mondo a portata di schermo. La ricerca è anche un’esperienza materiale, che richiede del tempo”.

Racconta che, spesso, l’impatto visivo di uno scaffale pieno di libri su un singolo argomento è già una rivelazione per i suoi studenti. Nel corso che ha progettato e insegnato sulle Renaissance Queens, ad esempio, gli studenti di primo anno lavorano su figure come Caterina de’ Medici. “Quando vedono quanti libri sono stati scritti su di lei, capiscono subito il peso di quella figura e la stratificazione delle interpretazioni su un personaggio così controverso. Gli studenti si trovano davanti a materiali di tipo diverso, a volte anche inatteso. Ad esempio, hanno trovano cataloghi di mostre con fotografie di manoscritti conservati in piccole biblioteche, lettere private… oggetti che altrimenti non avrebbero mai visto se si fossero limitati alla ricerca sul catalogo online. La ricerca in biblioteca è una conversazione”, dice Laura, “non solo tra studenti, ma tra libri, tra voci, tra chi ha studiato prima di loro”.

In questo senso, la biblioteca diventa il contrario della chiusura: è un luogo che apre, che mette in relazione. Un altro tipo di varco, forse…

Robarts Library – Foto di Laura Ingallinella

Quando parla di biblioteche, Laura torna spesso anche a un ricordo personale degli anni della sua formazione: alla Scuola Normale a Pisa, in Piazza dei Cavalieri. Anche qui con una torre che ha ispirato storie… la torre del conte Ugolino. È alla Scuola Normale di Pisa che, dopo gli studi a Catania, Laura ha fatto il dottorato e ha scoperto per la prima volta cosa significasse lavorare in una biblioteca a scaffale aperto, ricca anche di edizioni rare. “A Catania non avevamo lo stesso accesso”, racconta. “E lì ho capito quanto le domande che ti fai dipendono anche dalle risorse che hai”.

Quell’esperienza ha lasciato un segno profondo nel suo modo di insegnare. L’esercizio che propone oggi ai suoi studenti a Toronto è, in fondo, un modo per trasmettere la gioia di quella scoperta: “Fatevi sorprendere. Cercate anche quello che non sapevate di cercare!”.

Laura al lavoro alla Robarts Library – foto di Laura Ingallinella

Laura descrive il suo lavoro con una formula che sembra semplice ma non lo è: “Far parlare ciò che è muto”. Si riferisce ai testi, alle fonti, ai documenti del passato. Ma aggiunge subito che, per farlo, serve un’altra capacità, forse ancora più importante: saper ascoltare. Ascoltare le domande degli studenti, anche quelle che sembrano piccole o tangenziali. “Tutti i libri a cui sto lavorando nascono da lì, da quelle domande emerse in classe”, dice.

Porta l’esempio di un progetto a cui sta lavorando sui falsi letterari nel Rinascimento, “The Fraudulent Muse” (La musa fraudolenta). È nato perché gli studenti le chiedevano delle autrici italiane e della scarsità di voci femminili nel canone letterario. Da lì, Laura ha iniziato a interrogarsi su un fenomeno diffuso: uomini che scrivevano fingendosi donne, creando una voce fittiziamente femminile, che poi gettava sospetto su tutte le scrittrici reali. “Per molto tempo, ogni volta che si trovava un testo attribuito a una donna, si dubitava che fosse davvero suo”. Questo ha avuto effetti profondi sulla formazione del canone e sulla credibilità delle autrici. “Volevo che i miei studenti sapessero di questo fenomeno e ci riflettessero sopra, ma non trovavo uno studio d’insieme da assegnare in classe…”, racconta. “E quindi ho deciso di scriverlo io!”

Un altro filone della ricerca attuale di Laura nasce invece dalla diversità stessa delle sue classi. Studenti con background culturali, linguistici e identità diverse la portano a interrogarsi su come la rappresentazione della diversità, sia di genere che di razza, sia anche una questione di spazio, di messa in scena, di visibilità. “Per riflettere insieme su questi modi di attribuire o negare visibilità alla differenza, la classe diventa un prezioso laboratorio per interrogare e interpretare le fonti”, dice Laura. “Un laboratorio prezioso e un’occasione di scoperta, non solo per gli studenti, ma anche per me”.

Alla fine, tornando al varco da cui era partita, Laura sembra chiudere il cerchio. Ogni giorno attraversa quella soglia, ma sa che il passaggio più importante è quello che prova a costruire in aula. “Studiare il passato non serve soltanto a conservarlo, ma a usarlo per capire meglio chi siamo”, dice in sostanza. Usarlo per aiutarci ad interpretare il nostro presente, servirsene per mettere in discussione quello che si dà per scontato. E forse anche a cambiare prospettiva!

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