A cura di Elisa Guardabasso, ex-Allieva della Scuola Superiore di Catania e socia di Alumni SSC.

Giuliana è Associate Professor di Materials Science all’Università di Oxford.
C’è qualcosa di paradossale nel lavoro di Giuliana: per capire la grandezza, bisogna saper guardare il piccolo. Infinitamente piccolo. Così piccolo che nessun occhio umano può arrivarci, solo la luce dei laser, sparata sui materiali, può rivelare cosa accade davvero quando un transistor lavora, si scalda, o cede.
Giuliana Di Martino, Associate Professor di Materials Science, guida il suo laboratorio all’Università di Oxford con convinzione: comprendere i meccanismi fondamentali della materia con rigore fisico è il modo per costruire l’elettronica del futuro. Computer che consumano poco, memorie che non perdono i dati, sistemi che imparano come fanno i neuroni. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette tutto e consuma enormemente, il suo laboratorio lavora anche sull’altra faccia della medaglia: come fare sì che quella potenza non consumi il pianeta.
Ma per capire dove si trova oggi, facciamo alcuni passi indietro.
Giuliana è una bambina che stampa fogli di matematica extra durante le vacanze estive e che, a sette anni, comunica a una famiglia di musicisti che lei avrebbe studiato fisica. Lo zio le disse che non sapeva di cosa parlasse. Lei lo sapeva benissimo.
Alla Scuola Superiore di Catania, si accorge che la sua curiosità non era strana, e che poteva essere condivisa. “Eravamo un gruppo di ragazzi entusiasti e motivati“, mi dice sorridendo. Poter parlare di ciò che si ama senza doversi giustificare, avere accesso a possibilità e fondi che le aprono porte che non aveva mai immaginato e mondi diversi e lontani: questi sono punti cardine della sua esperienza.
Dopo il dottorato all’Imperial College, la carriera la porta a Cambridge. È lì che arriva anche il riconoscimento più ambito: un ERC Starting Grant, uno dei finanziamenti europei più competitivi per giovani ricercatori. Ed è sempre Cambridge a segnare una svolta decisiva: la Winton Fellowship le offre le risorse per costruire il suo gruppo di ricerca, acquistare strumentazione avanzata e assumere collaboratori. Da ricercatrice a capo di un gruppo tutto suo: Cambridge è il luogo in cui Giuliana diventa grande. Ma è anche lì, paradossalmente, che descrive gli anni più difficili. Un ambiente che, per quanto prestigioso, non riesce a farla sentire veramente intera.
A gennaio del 2026, il trasferimento a Oxford. Ha spostato tutta la famiglia, ha portato con sé l’intero gruppo di ricerca, impacchettando tutti, aiutando chi non poteva venire a trovare un’altra strada. È ancora presto per dirlo con certezza, ma per ora respira diversamente. “Qui mi sento meglio”, dice. “Libera.”
Il laboratorio, che mi mostra nella foto che ha scelto, è sempre stato il suo centro di gravità, prima ancora delle istituzioni che lo ospitano. Racconta con emozione di quando, dopo tre anni di lavoro, un risultato confermò finalmente la sua ipotesi: non c’è soddisfazione maggiore di aver capito come funziona un sistema complesso.
Nel suo laboratorio si lavora con i laser: si spara luce sui materiali per osservare in tempo reale come si comportano. Un transistor è un interruttore microscopico, il mattone base di ogni chip, presente a miliardi nei nostri dispositivi elettronici. Capire esattamente dove e perché cede, a scala nanometrica, è la chiave per costruirne di migliori. “Dobbiamo capire il punto di rottura del materiale, perché e come funziona o fallisce.” Per farlo, Giuliana cerca nel suo team profili complementari: fisici, ingegneri elettronici, esperti di ottica. La complessità del problema richiede linguaggi diversi che imparino a parlarsi.
Come responsabile di ricerca, però, molto del suo tempo se ne va nella ricerca di finanziamenti, un processo necessario ma talvolta frustrante. “Vorrei fare più ricerca”, confessa. “È la parte che mi piace”: quando le persone le chiedono guida e si confrontano con lei, quei momenti wow che aiutano a risolvere le domande della natura.
Giuliana parla apertamente anche di un’altra battaglia, meno visibile ma costante. Di episodi che si accumulano nel tempo: trattata con una familiarità che non si sarebbe usata con un collega uomo, sentirsi dire, dopo l’accettazione di un finanziamento, “non pensavo il progetto provenisse da una come te.” Di non aver avuto, di fatto, un vero congedo di maternità. Piccole e grandi umiliazioni che si sommano, si moltiplicano, consumano, obbligano a spendere energie che andrebbero altrove.
E poi ci sono i figli, che hanno cambiato tutto. La sua giornata è un incastro preciso, quasi ingegneristico: i bambini, il laboratorio, le riunioni. L’efficienza è altissima, ma il costo è altrettanto alto. Si perdono dei pezzi di vita, se ne prioritizzano altri. Quello lavorativo, non è un sistema costruito per persone intere.
Dell’Italia, le mancano la famiglia, il sole e il mare. “Il cibo italiano me lo posso comprare, ma il sole e il mare no,” dice con un sorriso amaro, con quella malinconia di casa di chi ha scelto la lontananza comprendendone il prezzo. Eppure è felice, di una felicità che non cancella le contraddizioni, le tiene insieme.
Alla domanda se cambierebbe qualcosa nella sua vita, risponde: “Cosa cambierei? Forse niente. Vorrei che cambiasse la mentalità.” Parla di tutti i paesi dove è stata, delle difficoltà superflue e degli ostacoli non necessari.
Giuliana è una donna minuta che ha ottenuto riconoscimenti enormi. Forse è vero che non si può fare la radice quadrata su tutto, ma la sua ricerca continua, guidata dal desiderio di comprendere e di fare la differenza, tra i laser e il nanomondo, sognando una giornata di 48 ore.
