Storie di Alumni: Maria Squillaci

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A differenza di molte persone, i cui percorsi accademici e lavorativi sono spesso puntellati di dubbi e incertezze, tu hai sempre perseguito un obiettivo ben preciso: l’insegnamento. Da cosa è nata questa passione e come l’hai alimentata nonostante l’iter, lungo e arzigogolato, sia spesso fonte di scoraggiamento?

È vero: credo di aver sempre saputo di voler insegnare. Ricordo distintamente che già alle elementari non riuscivo a non pensare che quando sarei stata al posto delle maestre certe cose mi sarebbe piaciuto farle come loro, altre le avrei volute fare in modo diverso. Erano pensieri automatici, indicativi probabilmente di una passione che già c’era e che poi è cresciuta con me. Negli anni ho avuto solo pochissimi cambiamenti di idee (ricordo che in seconda media mi ero fissata col voler fare la restauratrice), ma crescendo il progetto è diventato compiuto e si è unito alla passione per la letteratura e per le lingue classiche durante al liceo.

Sono consapevole che, da un lato, aver sempre saputo cosa volessi fare è stato un vantaggio: al termine delle superiori non avevo alcun dubbio. D’altro canto ammetto di essere stata davvero poco flessibile: volevo studiare lettere classiche e volevo insegnare. Punto. Nessuna altra opzione era considerata. Ora, a posteriori, è ben facile dire che sia stata la scelta giusta. Ma se non ci fossi riuscita? Il sistema italiano è mobile qual piuma al vento circa le modalità di accesso all’insegnamento: innumerevoli nel tempo sono state le riforme, le fasi di transizione da una modalità all’altra, le diverse tipologie di concorsi previste. A volte non sai se sia più difficile studiare per i concorsi o star dietro ai mille cambiamenti procedurali che si accavallano. E tutte queste difficoltà sono abbastanza note anche a chi non fa parte del settore. Così, ogni volta che dicevo che il progetto era insegnare, spesso mi si chiedeva: “Oppure? Cosa ti piacerebbe fare in alternativa?”. Seguiva mio imbarazzo nel rispondere che nessuna alternativa era prevista e faccia perplessa dell’interlocutore. So bene che chi mi incitava a sviluppare un “piano B” lo faceva con le migliori intenzioni, per salvarmi da un eventuale schianto frontale con la realtà, eppure io un piano B non l’ho mai voluto e quelle poche volte che ho provato a pensarne uno l’ho fatto con scarsa convinzione e nessun seguito. 

Devo molto alle persone vicine a me che negli anni hanno sopportato questa mia testardaggine, assecondandola quando capivano che tanto non si poteva ragionare con un mulo e mettendosi insieme a me a sbattere la testa per capire come funzionassero le MAD, le Graduatorie Provinciali per le Supplenze, i concorsi a cui evidentemente “piace cambiare” più che alle scale di Hogwarts. La mia testa dura e il sostegno ricevuto mi hanno consentito di non scoraggiarmi.

Quale pensi sia stato il motivo che ti ha fatto desistere dall’idea di esplorare il mondo dell’accademia?

L’idea di tentare di far parte del mondo dell’accademia non mi è mai davvero appartenuta. È innegabile che durante gli anni dell’università e grazie in particolare alle occasioni di incontro con il mondo della ricerca fornite dalla SSC il pensiero mi abbia sfiorato. Eppure era un pensiero presto zittito dalla mia idea fissa. Dopo il tirocinio svolto nel mio liceo, durante il quarto anno di università, ho confermato la mia idea e ho proceduto senza indugi, senza provare l’accesso ai dottorati al termine dell’università, seppur il dottorato non escluda l’insegnamento: si può comunque scegliere in seguito di svolgerlo arricchiti, anzi, dalla formazione conseguita. So che non ho alcun rimpianto per non aver tentato, perché il mio interesse principale era tornare il prima possibile dentro una classe.

Il rapporto che si crea tra insegnante e alunni durante le superiori non trova confronti, almeno nella mia esperienza, con quello che si stabilisce all’università tra docenti e studenti. Tra i 14 e i 19 anni decidi chi vuoi essere, non tanto e non solo che lavoro vorrai fare “da grande”, ed essere presente in quella fase crea un legame prezioso e uguale solo a se stesso. Sono consapevole di essere quella che sono anche perché ho avuto durante il liceo alcuni docenti che hanno significativamente influito sul mio modo di pensare e di vedere il mondo, risultando per me un modello umano ancor prima che didattico. Se riuscissi a costituire, anche solo per pochissimi dei miei alunni nella mia carriera, ciò che quei docenti sono stati per me, credo che potrei dirmi professionalmente soddisfatta. 

Cosa rispondi a chi guarda con scetticismo lo studio delle materie classiche, ritenendole antiquate e poco ‘produttive’, in una società che si dice essere sempre più finalizzata al profitto?

Questa è la domanda che a chiunque studi il mondo classico arriva da ogni parte, quella che spesso ci fanno gli alunni stessi, magari proprio una delle prime volte che si conosce una classe. Con i ragazzi non ti puoi nascondere, anche perché loro hanno un sesto senso incredibile e se non sei convinto di quello che stai dicendo se ne accorgono dopo cinque secondi e se non risulti convincente e coinvolgente smettono di ascoltarti dopo cinque minuti. 

E allora? Come si fa a dare una risposta complicata in pochissimo tempo e con parole semplici? Si accettano consigli: io ancora ci sto lavorando.

In generale, quello che provo a fare notare è che noi viviamo immersi nella cultura antica, che spesso nemmeno riconosciamo come tale. I nostri nomi di battesimo sono in larga parte latini e greci, i nostri cognomi spesso acquistano senso se li interpretiamo alla luce di queste lingue, così come i nomi delle nostre città, strade… Per non parlare ovviamente del lessico dei linguaggi settoriali (medicina, botanica, diritto…) e del loro strettissimo rapporto con le lingue classiche e di un’infinità di altri ambiti. Inoltre direi che l’italiano non deriva dal latino, ma l’italiano è il latino. È lo sviluppo del latino parlato, vivo, che nella quotidianità dei suoi parlanti non colti muta e cambia grazie anche agli scambi con altre lingue delle popolazioni con cui il territorio entra in contatto. Conoscere il latino consente quindi di comprendere in modo più profondo e consapevole la nostra stessa lingua e di usarla per esprimere al meglio ciò che vogliamo dire. 

Ma al di là degli aspetti linguistici, comunque importanti, ci sono gli incalcolabili aspetti culturali.

Poco tempo fa, proprio durante un convegno alla SSC, la latinista Alice Borgna ha argomentato in risposta a questa domanda. L’uomo contemporaneo vive spesso una sorta di esaltazione del presente, convinto che il proprio tempo sia fatto di innovazioni e di traguardi mai raggiunti prima in ogni settore. Il confronto con le opere antiche consente di riscoprire che l’uomo è sempre stato tale, che sempre si è confrontato con determinati sentimenti, problematiche etiche, dilemmi personali, ai quali ha già dato risposte in cui possiamo ritrovare un valore tuttora solido, vitale e portatore, se non di soluzioni, almeno di spunti di riflessione e consapevolezze incredibilmente utili all’uomo di oggi. 

Riscontro la validità di questa argomentazione quando in classe leggiamo e commentiamo passi in cui i ragazzi ritrovano pensieri e idee davanti a cui sgranano gli occhi, o magari non sono d’accordo con quello che leggono, perché è innegabile che le società e i loro valori cambino, ma hanno così occasione di confrontarsi con un punto di vista diverso da quello cui sono abituati e di trovare argomenti a sostegno dell’uno o dell’altro.

La risposta alla domanda a cosa servono il latino e il greco temo non possa essere data pienamente in cinque minuti, come non scritta in poche righe, la si costruisce pian piano, ciascuno in base al proprio carattere, in modo più o meno pieno, ma ciascuno costruisce la propria. La sfida è trasmettere questa pluralità di risposte ad una società che troppo spesso si illude di essere “avanti” e di dover correre e produrre per migliorarsi, laddove il miglioramento potrebbe venire invece da un soffermarsi e dall’avere cittadini realmente capaci e consapevoli di essere tali, anche sfruttando ciò che ci proviene dal mondo classico.

Come pensi che i corsi interdisciplinari e/o specialistici, seguiti durante i tuoi anni di permanenza alla SSC, ti stiano tornando utili nell’insegnamento? Quanto credi abbiano contribuito a farti avere una formazione più completa?

La formazione ricevuta alla SSC ha senza dubbio contribuito in modo fondamentale al mio tentare di essere una buona insegnante. Ciò vale in generale per l’apporto interdisciplinare che vivere alla SSC comporta: il confronto continuo con ragazzi che studiano discipline diverse arricchisce e abitua a vedere il valore e la presenza nel quotidiano anche di materie molto lontane da quelle che si studiano. Oggi riconosco che ciò mi aiuta molto nel confronto con colleghi di altre discipline e nell’organizzazione di attività trasversali con loro.

Anche i corsi hanno avuto un enorme valore e mi ritornano spesso utili nell’insegnamento. Se dovessi indicare il primo che mi viene in mente citerei senz’altro il corso di metrica, che mi ha portato poi a frequentare per diverse edizioni la Summer School di metrica e ritmica greca organizzata dall’Università di Urbino. La metrica antica, se proposta come sterile applicazione di regole, tra l’altro distanti da quelle della metrica italiana, rischia di risultare davvero ostica e vuota. Il corso e i docenti conosciuti sono stati grande fonte di ispirazione per l’insegnamento della metrica e per la considerazione del ruolo da attribuire alla musica nel mondo antico, che risulta sempre di grande interesse per i ragazzi.

Anche altri corsi mi tornano di frequente utili nella quotidianità scolastica (penso ad esempio quello sull’Epigrafia latina e greca e del vicino oriente oppure a quello sull’Uso dei dialetti nel teatro greco). Mi capita infatti di tornare a prendere del materiale usato nei corsi per adattarlo a lezioni e attività scolastiche, anche perché sono assolutamente convinta che vada contrastato il purtroppo generale abbassamento di livello dell’istruzione che sta diffondendosi in tutti i gradi scolastici: non è vero che i famigerati “giovani d’oggi” sono disinteressati, apatici e meno capaci di quelli dei bei tempi andati. Se pretendiamo meno da loro inevitabilmente renderanno meno, se proponiamo quanta bellezza c’è anche nella complessità essi la sapranno cogliere.

Cosa suggeriresti agli Allievi di oggi che vogliono intraprendere la strada dell’insegnamento scolastico?

Agli Allievi che vogliano intraprendere la strada dell’insegnamento scolastico posso suggerire di portare avanti il loro progetto senza lasciarsi abbattere dal sistema di supplenze e concorsi perché, con un po’ di determinazione, si può domarlo. 

Sono anche consapevole del fatto che in molti considerino quello dell’insegnamento scolastico come un percorso di serie B rispetto ad altre carriere. La soddisfazione che si ricava da una professione è proporzionale alla passione con cui la si svolge e credo che l’attività lavorativa occupi così tanta parte del tempo della vita di ciascuno che riuscire a svolgere un lavoro che renda felici sia la massima ambizione cui puntare, indipendentemente dalle opinioni convenzionali. Direi quindi agli Allievi e a chiunque voglia insegnare a scuola di farlo per passione e mai per ripiego e di andare avanti con la certezza che la propria felicità personale e professionale viene prima delle convenzioni. 

La SSC anche in questo senso è stata importante, perché mi ha consentito di avere contatti con altri che cercavano di svolgere lo stesso percorso e di sostenerci a vicenda, un supporto da me ricevuto e che adesso cerco di restituire partecipando alle attività di mentoring.

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