Storie di Alumni: Luca Naso

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A cura di Silvia Majorana, ex-Allieva della Scuola Superiore di Catania e socia di Alumni SSC.

Luca, oggi sei CEO e fondatore di Koexai, startup innovativa che sviluppa soluzioni di Data Science e Generative AI per imprese e ricerca scientifica fondamentale. Lavori, inoltre, presso EHT (adesso Harmonic Innovation Tech – Factories), di cui sei responsabile e promotore del Data Science Centre of Excellence. Potresti spiegare in maniera più dettagliata ai nostri lettori di cosa si occupa Koexai, la startup di cui sei CEO e fondatore?

Koexai è una startup innovativa che sviluppa soluzioni di Data Science, Generative AI e tecnologie cloud per imprese, istituzioni e organismi di ricerca. In modo più semplice, si può dire che aiutiamo le organizzazioni a trasformare dati in sistemi utili, attraverso modelli e tecnologia.

L’ho fondata perché volevo creare uno spazio per persone che, come me, sentono una forte passione per la Data Science e provano un entusiasmo autentico nel lavorare con i dati. Volevo che persone così potessero lavorare bene, crescere, sentirsi parte di qualcosa di bello e contribuire a progetti significativi.

Dapprima abbiamo lavorato prevalentemente con aziende, ma negli ultimi anni abbiamo realizzato anche progetti di ricerca fondamentale in collaborazione con l’INAF, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, un fatto che mi ha stimolato molto, perché mi ha permesso di collegare la mia storia scientifica con il presente imprenditoriale.

Oggi Koexai è in una fase di transizione importante. Accanto ai servizi professionali, stiamo lavorando sempre di più nella direzione dell’AI for Education, con l’obiettivo di sviluppare strumenti che supportino professionisti, docenti e organizzazioni nella creazione e gestione del loro patrimonio informativo e di conoscenza.

A volte sintetizzo il mio modo di vedere Koexai con un’espressione inglese a cui sono affezionato: “taming the chaos”. Per me significa questo: prendere complessità, dati, idee, persone, vincoli tecnologici e trasformarli in sistemi che funzionano, senza perdere la dimensione umana.


Luca ci ha anche raccontato più da vicino il suo percorso tra ricerca, innovazione e impresa, e come la SSC ha contribuito nel dare forma ad esso. Se sei curioso di sapere come ciò è avvenuto, guarda qui.


Oltre alla tua startup, lavori anche presso EHT, dove hai creato e promosso il Data Science Centre of Excellence. Puoi raccontarci come è nato questo progetto, quali sfide hai incontrato e quale impatto sta avendo sul territorio e sulle aziende con cui collaborate?

Il mio lavoro in EHT si colloca nell’area di Technical Business Development, una zona di confine tra visione tecnica, progettazione e rapporto con le aziende: una posizione che obbliga a tradurre bisogni in soluzioni, opportunità in progetti, capacità tecnologiche in valore comprensibile.

L’idea del Data Science Centre of Excellence in EHT nasce dall’esigenza di rendere la Data Science una capacità più strutturale e meno episodica, definendo un modo comune di affrontare i progetti di AI e Data Science. La sfida ulteriore deriva dal fatto che EHT è un consorzio di aziende: per questo abbiamo pensato il CoE come una struttura trasversale e dinamica, che attraversa aziende diverse e coinvolge persone non assegnate in modo stabile o esclusivo, ma chiamate a contribuire per una parte del loro tempo, portando competenze dai propri contesti e riportando poi nelle rispettive aziende know-how, pratiche e un linguaggio comune maturati nel lavoro condiviso.

Nel modo di lavorare del CoE rientrano anche due momenti ricorrenti ispirati alla cultura giapponese: gli incontri Kaizen, dedicati al miglioramento continuo, e gli incontri Kintsugi, dedicati alla condivisione degli errori. Il formato è semplice: ogni incontro prevede una persona diversa del team che porta un tema concreto e guida il confronto. L’idea è di fare in modo che l’esperienza di ciascuno diventi apprendimento per tutti, facendo crescere non solo le competenze tecniche, ma anche la fiducia reciproca. Per questo, a mio avviso, l’impatto più importante del CoE non va cercato soltanto nei singoli progetti, ma nella crescita complessiva del consorzio e in un cambio di paradigma sul modo di innovare.


L’AI nasce spesso da modelli matematici astratti, ma oggi ha un impatto molto concreto sulla vita quotidiana. Secondo te, quali sono le applicazioni dell’AI che nei prossimi anni cambieranno di più il lavoro e la società, soprattutto per le nuove generazioni?

Ho l’impressione che, negli ultimi anni, gli strumenti tecnologici a nostra disposizione abbiano finito per limitare non solo ciò che potevamo fare, ma anche ciò che riuscivamo a immaginare. Credo che l’AI possa allargare nuovamente questo spazio, restituendo alla tecnologia il suo ruolo più naturale: rendere possibile ciò che le persone immaginano.

Lo vedo soprattutto nella formazione. Personalizzazione, coinvolgimento, orientamento e valutazione continua non sono idee nuove, ma con gli strumenti attuali possono essere realizzati solo in modo parziale e, proprio per questo, spesso non producono i risultati attesi. Restano così esperienze circoscritte, invece di diventare elementi strutturali della formazione. L’AI può cambiare questo equilibrio: da un lato, rendendo finalmente possibile una loro applicazione piena, con contenuti e percorsi più coinvolgenti, adattivi e capaci di evolvere insieme alle persone: una sorta di formazione di precisione; dall’altro, aprendo la strada a modalità e percorsi formativi nuovi, che oggi forse non riusciamo ancora neppure a immaginare.

Un altro ambito è la sanità, dove immagino sistemi capaci di collegare dati clinici e segnali biologici per migliorare la prevenzione e rendere la diagnosi e la cura sempre più personalizzate ed efficaci. Qui le possibilità sono enormi, ma lo sono anche le conseguenze degli errori: rigore e validazione saranno indispensabili. Sarà inoltre necessario trovare un equilibrio tra privacy e uso dei dati per la ricerca.

Vedo infine un grande potenziale nei sistemi autonomi, capaci di agire in condizioni di incertezza, con informazioni incomplete e in ambienti remoti o ostili, dalla robotica alle missioni spaziali.

Per le nuove generazioni, la sfida non sarà semplicemente imparare a usare strumenti sempre più potenti, ma immaginare che cosa può diventare possibile quando la tecnologia smette di essere un limite e torna ad essere un fattore abilitante.

Con la tua esperienza tra Big Data, analytics e innovazione tecnologica, quali competenze o approcci pensi siano fondamentali per chi vuole entrare in questo settore e affrontare progetti innovativi?

Io vedo quattro elementi fondamentali.

Il primo è una solida base scientifica: capire il valore dei numeri, il concetto di modello, l’incertezza, la validazione, il rischio di confondere correlazione e causalità. Senza questo fondamento, si rischia di eseguire procedure molto avanzate senza comprenderne davvero il significato.

Il secondo è la competenza tecnologica. Chi vuole lavorare in Data Science e AI deve essere capace di costruire nel concreto e non solo in astratto, perché un progetto diventa serio quando funziona in un contesto concreto fatto di dati, vincoli e utenti veri.

Il terzo elemento è la sensibilità di business e di prodotto, che è quella competenza che ci permette di non innamorarci della tecnologia ma di capire invece se qualcuno ne ha davvero bisogno e quale valore produce.

Il quarto elemento è la maturità professionale. I giovani oggi sono brillanti, capaci di imparare strumenti nuovi con una velocità impressionante. Ma essere veloci ad apprendere uno strumento non coincide con avere profondità. L’esperienza richiede tempo, errori, confronto, responsabilità. Per questo credo che l’umiltà sia una competenza fondamentale, non un accessorio caratteriale. Consente di saper distinguere tra ciò che funziona in laboratorio e ciò che regge nel mondo reale. In un settore che cambia così rapidamente, la vera forza non è cercare di “sapere tutto”, ma sapere continuare a imparare senza perdere rigore.

Da fondatore dell’associazione, quanto è importante, secondo te, mantenere quel senso di comunità proprio della SSC e di Alumni anche dopo la fine del percorso accademico? Pensi che farne parte ti abbia anche aiutato nelle scelte che hai intrapreso?

Per me il senso di comunità è stato uno degli aspetti più importanti dell’esperienza alla SSC. Quello che resta più a lungo sono spesso le relazioni, i momenti condivisi, il sentirsi parte di un’esperienza che non è soltanto individuale. Credo non sia un caso se poi, nel tempo, ho continuato a cercare o costruire comunità: Alumni SSC, Alumni SISSA, Big Data for You, TEDxSSC, Correre ai Confini e, in modo diverso, anche Koexai.

Per me la comunità non è nostalgia o ricordare gli anni passati, ma una forma di responsabilità reciproca. Significa creare spazi in cui le persone possano vivere e condividere esperienze, chiedere consiglio, raccontare i successi così come i passaggi difficili. Credo che uno degli obiettivi più ambiziosi di Alumni dovrebbe essere proprio questo: contribuire a creare un senso di appartenenza. Mi viene in mente Giorgio Gaber, quando cantava che “l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”. È un’immagine molto forte, perché dice che appartenere non significa chiudersi in un gruppo, difendere un’identità o celebrare un passato comune, ma lasciare che le persone incontrate, le esperienze condivise e la responsabilità verso una comunità diventino parte del proprio modo di vivere.

Non credo che una buona rete debba servire solo a “fare networking” in senso utilitaristico, ma invece che debba aiutare a pensare meglio, in modo più ampio, per vedere possibilità che da soli non si vedrebbero. Questa idea ha influenzato anche il mio modo di lavorare. Quando costruisco un team o un progetto non penso solo alle competenze tecniche ma anche allo spazio umano che si crea intorno, perché alla fine la qualità del lavoro dipende anche dalla qualità delle relazioni.

Hai potuto constatare come in questi 20 anni Alumni si sia evoluta ed espansa nel tempo. Pensi che l’associazione abbia cambiato i propri obiettivi? Se sì, su cosa ritieni che Alumni SSC debba concentrarsi maggiormente al giorno d’oggi?

Credo che Alumni SSC sia inevitabilmente cambiata, perché è cambiata la storia che aveva intorno. All’inizio l’obiettivo principale era quasi fondativo: dimostrare che una rete potesse esistere. Creare un’associazione significava dare continuità a un’esperienza che rischiava altrimenti di restare confinata agli anni di permanenza alla Scuola. Oggi invece la domanda da porsi è “che valore concreto può generare questa rete?”.

Secondo me, Alumni dovrebbe concentrarsi su tre aspetti. Il primo è il mentoring, in modo strutturato, continuo e autentico, per aiutare i giovani a leggere dubbi, capire le transizioni di cui hanno bisogno e accettare gli errori. Il secondo è il ponte tra mondi diversi. Molti percorsi oggi non rientrano più in categorie semplici o lineari: una rete come Alumni potrebbe aiutare a collegare in modo più sistematico università, ricerca, impresa, istituzioni, territorio ed esperienze internazionali, traducendo linguaggi diversi e rendendo visibili possibilità che altrimenti resterebbero disperse. Il terzo è la cultura della possibilità: non limitarsi a celebrare i successi passati, ma aiutare chi arriva dopo a immaginare e costruire ciò che ancora non esiste. Questo può voler dire raccontare anche percorsi imperfetti, cambi di direzione, fallimenti e ripartenze, così come creare laboratori congiunti tra studenti e alumni.

In questo senso, direi che Alumni può evolvere da memoria condivisa a infrastruttura viva: una comunità che conserva il legame con la SSC, ma soprattutto aiuta le nuove generazioni a costruire percorsi propri.

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